sabato 13 ottobre 2007

Dedica - Rex et sacerdos



vigilandum est semper: multae insidiae sunt bonis
bisogna sempre vigilare: ci sono molti pericoli per i buoni
(Accii Atreus, fr VIII Dangel)

Nil sine magno
vita labore dedit mortalibus
Niente ai mortali ha dato la vita senza grande travaglio
(Quinti Oratii Flacci, Saturae, I, 9)

Liber II - Rex et sacerdos


Johannis V PP

Rex et sacerdos
In otio

Circiter DCLX post Christum natum

lunedì 8 ottobre 2007

Επιλόγος - Ragnarok

Επιλόγος*
A sera, Quinto Fabio, Panatto Retore ed il suo servo si riunirono con ΡαεFώθζ, che li attendeva al villaggio di Hexàmeron.
Nella valle ardevano due incendi, quello del ninfeo e quello del tempio; tra le fiamme del primo erano stati gettati i cadaveri, perché le fiamme li divorassero.
Il capo dei servizi di sicurezza era andato a cercare il resto dell’armata, ma non l’aveva trovata. I pochissimi superstiti della battaglia si erano ritirati.
«È finita. La sacerdotessa che aveva predetto la fine di un’era non sbagliava.»
Panatto Retore proseguì.
«Un’epoca è finita. Non esiste più nulla che possa provare la genitura della religione cristiana da quelle indoeuropee. Non posso fare altro che tornare da dove sono venuto. Non esiste più Susa, non esiste più Susiana.
I due motivi che mi allontanarono da Bisanzio, le mie ricerche e l’ostilità di Valente e Lilia con il Monofisismo che volevano imporre ai Romani, si sono esauriti o sono venuti a mancare. Tornerò al mio palazzo.»
«Patriarca Ecumenico, Patriarca di Costantinopoli, io non potrò più tornare indietro.», obiettò il suo servo.
«Iohannes, tu non puoi tornare. Dovrai raccogliere i sopravvissuti di Susiana, e condurli oltre l’Oxus. È predetto che sarà fondato un regno cristiano, al di là dei domini arabi.
Oggi è venerdì; venerdì santo. È giusto che il fuoco di Illa Diva oggi sia stato spento. Riaccenderai il Fuoco nuovo nel tuo regno nuovo. Ora io ti ordino sacerdote e ti ungo re, Iohannes.
Presbiter Johannes, rex et sacerdos. I.[1]»
Panatto Retore si mise in viaggio verso Bisanzio.
ΡαεFώθζ decise di non seguire Johannes e Quinto Fabio, che aveva intenzione di recarsi con lui ad oriente.
«Io vado a Roma. Il seggio di Pietro non è legato al trono di Cesare, come avviene a Bisanzio, e sono consapevole che voi, seguaci di Nestorio, siete degli eretici.»
Quinto Fabio, contemplando la statuetta di Illa Diva concluse.
«Io non mi sento di mantenere alcun potere sopra gli uomini, che a migliaia ho condotto alla morte. Johannes, lo rimetto nelle vostre mani. Io mi accontento di questa statua; vi chiedo solo di associarla al culto mariano.»
«Voi bestemmiate. Illa Diva non è Maria; non è Madre di Dio.»
«Neanche Maria. Siamo Nestoriani.»

Il Califfo di Damasco fu informato circa l’esito della battaglia. Tre eserciti distrutti, l’Impero decapitato.
«Oggi è un grande giorno. Il politeismo in Oriente è finito per sempre.»
*Epilogo
[1] «Prete Gianni, re e sacerdote. Va’»

Capitolo XII - Ragnarok

XII. Ragnarok seu Deorum occasus*
L’esercito susiano era preso tra due fuochi; manovrando per respingere l’esercito bizantino si sarebbe scoperto il fianco, da dove stava giungendo l’esercito arabo.
Adriano Re, che, tra l’altro, non aveva una grande esperienza di guerra, prese una decisione che avrebbe limitato le perdite ma che, forse, non avrebbe permesso alle forze del Tema di riuscire a contrattaccare in maniera incisiva.
Sul fianco sud vennero schierati i carri falcati di Cornua.
I Caldei federati, che già in diverse occasioni avevano riportato vittorie sugli eserciti, anche più numerosi, che gli Arabi avevano mandato in Mesopotamia, avrebbero fronteggiato le tribù musulmane.
In linea di battaglia, i carri da guerra attendevano l’ordine della carica. I cavalli e gli uomini fremevano per l’attesa.
Per fronteggiare l’esercito di Bisanzio, meglio armato ed organizzato, Adriano Re decise d’utilizzare la fanteria oplitica contro le rapide cariche della cavalleria, mentre gli elefanti persiani e la cavalleria sarebbero stati utilizzati contro gli uomini appiedati.

L’alba si avvicinava rapidamente.

Appena un raggio di sole superò le cime dei monti che delimitavano la valle, ΡαεFώθζ gridò l’urlo di battaglia dei Servizi di sicurezza. Un centinaio di uomini balzò fuori dalla foresta gettandosi contro l’Illius Ninfeo. Le sentinelle massagete, che avevano passato la notte con le sacerdotesse, furono colte di sorpresa dal primo impeto dei Susiani e vennero sopraffatte. La battaglia si portò all’interno dell’edificio. Svegliati dal rumore della battaglia, altri barbari scendevano dalle stanze per gettarsi contro gli assalitori.
Panatto Retore ed il suo servo si tenevano, per precauzione, all’esterno del ninfeo, ma presto dovettero entrare perché i Massageti presero a lanciare dalle finestre tutto quello che potevano, tentando di colpire e rallentare i soldati che irrompevano nella costruzione. Intanto, ΡαεFώθζ ed Αρσωΐν si aprivano la strada mietendo vittime, mentre Quinto Fabio cercava in ogni stanza la gran sacerdotessa. Ella, infatti, avrebbe dovuto custodire il libro che Panatto andava cercando. I Massageti non erano molti, né molto abili, e presto furono confinati in un salone, dove si trovava anche la sacerdotessa con il libro.
Mentre ΡαεFώθζ faceva abbattere la porta e i soldati incominciavano ad entrare combattendo nella sala, Quinto Fabio s’avvide che un paio di Massageti erano riusciti ad uscire e si stavano dirigendo, nel bosco, verso il Tempio di Illa Diva.
Si gettò a capofitto per la scala elicoidale che circondava l’atrio del ninfeo buttandosi al loro inseguimento.
Αρσωΐν aveva mietuto molte vittime quella mattina, e la stanchezza cominciava ad annebbiargli i sensi ubriachi di sangue; perciò non s’avvide che, mentre trapassava con un colpo solo il torace tatuato di Ierolma, da dietro le sue spalle si avvicinava Currus, il quale gli conficcò un pugnale nel collo.
ΡαεFώθζ, accortosi che il compagno aveva mischiato il proprio sangue con quello del nemico, si gettò contro Currus brandendo la scimitarra. Con un fendente al collo, la testa del capo barbaro cadde.
Con i pochi sopravvissuti, ΡαεFώθζ uscì dal ninfeo, dopo aver raccolto il libro.
Le sacerdotesse, che avevano sempre abitato il ninfeo, sembravano assenti. Perlustrando le sale del piano terra, il capo dei servizi di sicurezza trovò un cumulo di cadaveri femminili. I Massageti avevano meritato la fine cruenta che gli era capitata.
Quinto Fabio, intanto, che correva in direzione del tempio, seguito da Panatto Retore ed Abbà, fu fermato da Felix Felis, che era riuscito a sfuggire alla strage perpetrata dai barbari. Questo voleva impedire loro di raggiungere gli altri inseguiti – in tre avevano fuggito la morte –, ma non fece in tempo a parlare, perché cadde ucciso.
Anche il secondo fuggitivo fu raggiunto e definitivamente fermato mentre cercava di prendere una barca per raggiungere l’isola su cui sorgeva il tempio. L’aveva già raggiunta, invece, Lepido Silvano, che cercava l’estrema difesa tentando di penetrare nel santuario. Per evitare che fosse violato da un barbaro, per giunta traditore e spergiuro, ma questo non poteva saperlo, Quinto Fabio lanciò, con tutta la forza che aveva, il giavellotto contro la curva figura di Lepido. La punta di ferro, dopo aver compiuto una lunga parabola, entrò nel centro della schiena del fuggitivo, che si schiantò al suolo con un rantolo.

Quando il sole era stato abbastanza alto da permettere la vista sul campo di battaglia, Adriano Re aveva ordinato di iniziare le operazioni.
I carri falcati di Cornua si lanciarono contro la fila di cammelli arabi, che furono completamente colti di sorpresa da quell’improvviso attacco. I cammellieri cercarono di scompaginare il proprio schieramento, per impegnare maggiormente l’avversario, ma furono quasi tutti sbalzati a terra per la caduta delle proprie cavalcature. In pochissimo tempo, la seconda ondata di carri aveva finito anche chi era rimasto a terra. Cornua, in segno di vittoria, finì personalmente il comandante degli Arabi, per poi far girare i carri e dirigerli contro l’alto esercito.
Intanto, la fanteria bizantina aveva lanciato il proprio attacco. Si era lanciata, a sorpresa, contro gli opliti susiani.
L’impossibilità di manovrare sotto la pioggia di frecce e giavellotti, costrinse il comandante della fanteria, Rots, ad ordinare un’avanzata, incurante delle perdite.
Gli elefanti persiani si muovevano troppo lentamente e non riuscivano ad intervenire; Cosroe, colpito da una freccia bizantina, era caduto, ed il suo secondo combatteva cercando di ridurre al minimo le perdite; i sintagmi andavano sempre più assottigliandosi, mentre si stava avvicinando agli elefanti la cavalleria di Bisanzio.
Valente II e Lilia Domna, nell’accampamento, già stavano disponendo di attaccare la valle di Illa Diva, quando Adriano Re, nel tentativo di risollevare le sorti della battaglia, già fortemente compromesse, con una carica andò ad accerchiare la fanteria avversaria, condannandola a venire eliminata dall’avanzare degli opliti.
Rots, alla testa del suo sintagma scelto, guidava l’avanzata che si faceva inarrestabile; ma fu colpito ad un occhio da una freccia infida, che lo fece cadere nella polvere. L’avanzata perdeva il proprio vigore, mentre già gli elefanti battevano in ritirata. Un’ultima carica di cavalleria, guidata da Adriano in persona, arrivò fino al campo imperiale, dove trovò schierata la guardia bulgara.
Il violento scontro rimase a lungo incerto, mentre Adriano, da solo, riusciva a penetrare nel campo nemico.
La prima persona che gli venne incontro fu Lilia Domna.
Adriano Re, con la sua lunga spada, la passò da parte a parte.
L’imperatore Valente II uscì dalla propria tenda sfidando a duello Adriano. Le sorti della battaglia e l’onore della carica di basileus lo imponevano
Mentre la guardia bulgara metteva in fuga la cavalleria susiana, che ripiombava sulle retrovie bizantine, Adriano e Valente si scontrarono. Andato a vuoto il lancio dei giavellotti, erano già giunti al corpo a corpo. Le corregge che reggevano la corazza anatomica di Valente furono recise, mentre Adriano fu ferito profondamente alla spalla sinistra, perdendo lo scudo.
Approfittando del momentaneo smarrimento dell’avversario, Valente gli menò un fendente letale. Adriano cadde, sputando sangue.
Con un ultimo sovraumano sforzo, protese il braccio e la spada in direzione di Valente, esausto ma distratto dalla vittoria, colpendolo dove non era coperto dalla lorica.
Cadde addosso ad Adriano; i due perirono più uniti di quanto non avessero mai vissuto.

Il ritorno dei carri di Cornua fu notevolmente favorevole ai Susiani. I cavalli di Cornua, lanciati nell’ennesima carica, incespicarono in una buca sbalzando fuori il conducente. Quello che lo seguiva non se ne avvide subito, e quando lo fece era troppo tardi.

Nella valle di Illa Diva, Quinto Fabio stava per entrare nel tempio, insieme ad Abbà e a Panatto Retore.
La luce, che entrava da una finestra sul fondo del tempio, andava a cadere su un piccolo loculo.
In quel loculo c’era una piccola statuetta, raffigurante una figura femminile dall’indicibile grazia, davanti alla quale arrancava moribondo il fuoco sacro. I capelli cerchiavano un volto sottile e pieno di grazia, il corpo, scolpito a tutto tondo in alabastro, aveva la celestiale armonia delle statue greche; Quinto Fabio ne fu ammaliato. Mentre Panatto esaminava i testi in sanscrito che erano accumulati in un angolo, Abbà iniziò a raccogliere i molti ex-voto e oggetti votivi preziosi che erano accumulati nel retro.
Quindi uscirono, Quinto Fabio in contemplazione della statuetta, che aveva asportato, Panatto Retore ed il suo servo dei testi, Abbà degli ori del tesoro del tempio.
Mentre i primi si allontanarono velocemente, insieme ai superstiti dei servizi di sicurezza, Abbà appiccò fuoco al tempio. Poi sparì, confondendosi con un lampo di luce, prima che i tre riuscissero a fermarlo. Poi si allontanarono, mentre Panatto piangeva la perdita di tanta arte e cultura.
«Quando avrò finito di tradurre i testi, sapremo certo di più, ma abbiamo perso un patrimonio per l’universa umanità.»
Durante gli scontri, anche il ninfeo aveva preso fuoco. Non sarebbe rimasto nemmeno il ricordo di quella valle, fuori di essa.
* Ragnarok o Il crepuscolo degli dei

Capitolo XI - Ragnarok

XI. In Illius Divae valle*
La partenza dei Servizi di Sicurezza avvenne di notte. Nessun rumore proveniva dalla gola che iniziarono a percorrere. La rigogliosa vegetazione che ne copriva le ripide pareti, con l’oscurità, prendeva forme grottesche e mostruose. Ogni cespuglio ed ogni albero potevano nascondere insidie da parte dei barbari; i soldati n’erano consci. Gli unici a non essere preoccupati per i nemici erano Panatto Retore e il suo servo; la prima missione di guerra cui prendevano parte sembrava loro noiosa, almeno fino a quel momento. L’unica causa dell’agitazione che li prendeva era l’attesa prima di raggiungere i luoghi consacrati al culto di Illa Diva, il tempio e il ninfeo sede del collegio sacerdotale.
Quinto Fabio teneva la mano sull’elsa della spada.
La colonna stava ancora percorrendo la gola quando, da una posizione sovrastante, s’udì il rumore di qualcosa che stava rovinando loro addosso. ΡαεFώθζ urlò di togliersi dal sentiero, ma Αρσωΐν gli corse accanto facendogli notare che non esisteva nulla fuori del sentiero. Un oggetto di medie dimensioni piombò sulla strada. Αρσωΐν gli puntò contro la scimitarra, ma il corpo si rivelò essere quello di Hexàmeron.
Spaventatissimo e lacero, si gettò ai suoi piedi implorando aiuto.
Quando si fu calmato un poco, gli venne chiesto cosa fosse successo nella valle dopo l’arrivo dei Massageti.
Iniziò a raccontare singhiozzando.
«Una sera, la gran sacerdotessa si era portata all’esterno della valle, donde si vede la pianura circostante. I barbari accampati lì vicino l’hanno scorta e catturata. Hanno preso l’Illius Ninfeo, facendo prigioniere tutte le sacerdotesse, ed anche il ferito. Noi servi abbiamo subito molte ingiustizie, ci sono stati sottratti i nostri raccolti e sono state rapite le nostre donne. Quando da Abbà ho sentito che si stavano avvicinando i soldati che già erano stati qui, sono subito corso loro – cioè voi – incontro ma, per la troppa foga, sono caduto…Aiutateci, venite al nostro villaggio!»
Il nome che Hexàmeron aveva pronunciato era sconosciuto ai soldati, mentre a Panatto Retore sembrava già noto.
In risposta all’accorato appello, e anche per soddisfare la curiosità del dignitario, gli uomini seguirono il giovane lungo uno stretto sentiero, il cui imbocco era stato occultato, che portava ad un piccolo altopiano sospeso sulla conca in cui si trovava il tempio di Illa Diva.
Circondato da magre ortaglie, una corte di casupole era stretta attorno ad un fuoco stentato. Quinto Fabio e Panatto Retore furono introdotti nella capanna più grande, dove si trovava Abbà.
Gli occhi seri e pensosi di quest’uomo e la sua corta barba di tipo persiano si stagliavano su un volto che mostrava un’indefinibile mezza età. Portava brache di pelle, strette sotto il ginocchio, e si era gettato con noncuranza una casacca da pastore sulle spalle. In mano stringeva un frustino da cavallo, accessorio insolito per un pastore, tanto più che, avvicinandosi al villaggio, i soldati non avevano visto animali atti ad essere montati.
Si notava che il personaggio non aveva mai vissuto tra quei poveri coloni, ma era arrivato nel villaggio da poco, e pareva fosse informato di quanto succedeva – almeno, era informato del loro arrivo. Quinto Fabio, anche per evitare che gli sfuggissero informazioni, prese ad interrogarlo.
«Siete un Massageta?»
Quello rispose parlando con un fluente dialetto persiano
«No, signore. Sono uno straniero giunto qui per caso.»
«Come facevate a sapere che saremmo arrivati?»
«Avete troppo a cuore il santuario di Illa Diva per lasciarlo nelle mani di questi barbari, senza cultura né storia.»
«Siete dunque venuto per il santuario? Strano significato attribuite alle parole “per caso”. Che mi dite?»
«Usciamo, per favore.»
Il vecchio portò Quinto Fabio e Panatto Retore fino al bordo dell’altopiano, mostrando loro la valle con, al centro, il tempio di Illa Diva. Solo un tenue chiarore usciva dalla porta dell’edificio sacro. Il fuoco si stava spegnendo.
«È scritto che quando il fuoco della Diva si spegnerà, allora non ci saranno più speranze per i figli di Iafet, o se preferite gli indoeuropei, in Persia. Sento che ci stiamo avvicinando alla fine.»
Il canto dell’upupa risuonò lugubre.
«Dovremmo tentare il tutto per tutto; introdurci nel tempio per cercare di salvare i resti di millenni di culto.»
Dall’alto, l’Illius Ninfeo suonava dei canti sgraziati dei Massageti.
Quinto Fabio andò da ΡαεFώθζ, dandogli ordine di scendere a valle entro l’alba del giorno dopo.
La colonna si mise, lentamente, in marcia. Il terreno franava sotto gli zoccoli cavi dei cammelli, il rumore delle armi veniva attutito con stoffe, per evitare di essere scoperti dai nemici.
Guidati da Hexàmeron e accompagnati da Abbà, i soldati raggiunsero il bosco che circondava l’Illius Ninfeo un’ora prima dell’alba.
Si era deciso, dopo una lunga discussione tra gli ufficiali ed Abbà, durata per tutto il cammino notturno, che i soldati avrebbero attaccato prima il Ninfeo cercando di sopraffare i Massageti; in seguito, Panatto Retore, Quinto Fabio ed Abbà sarebbero entrati nel santuario per cercare la risposta agli interrogativi del dignitario e le ricchezze accumulatesi nei secoli.

All’esterno della valle, un uomo a cavallo si precipitò nella tenda di Adriano Re, che aveva assunto il comando dopo la partenza dello Stratego. Era stato avvistato, proveniente da sud–est, l’esercito degli arabi. Era formato dagli uomini di quattro tribù, montati su cammelli e armati con arco e scimitarra. Un esercito di armati, grande dieci volte i Servizi di Sicurezza di Susiana. Al suo comando c’era El Q̉ hrą, che già aveva guidato la missione diplomatica araba a Bisanzio.
Adriano Re, svegliatosi e benedicendo ΡαεFώθζ per il suo presentimento, si preparava a far schierare l’esercito per respingere gli Arabi, che avevano evitato la capitale Susa per dirigersi direttamente alla sorgente del Choaspe, dove avevano saputo essersi fermato l’esercito del Tema.

Pochi minuti dopo, un altro esploratore arrivò, terreo in volto.
Al contrario del primo, che aveva stimato non molto preoccupante l’armata araba, questo si era trovato davanti un esercito numerosissimo. Non tanto quanto quello susino, ma capace di impegnarlo acerrimamente. Inoltre, il monogramma cristiano caricato sugli scudi e i gonfaloni aveva avuto il potere di terrorizzare il soldato, consapevole che il Tema per cui combatteva era nemico del più grande impero della terra.

L’esercito dell’Impero Bizantino, guidato dall’imperatore in persona, accompagnato come sempre da Lilia Domna, si era portato, per un apparente caso, dietro al massiccio montuoso che proteggeva il santuario. Di là, subito era stato scorto il campo susiano, e l’esercito si stava schierando in ordine di battaglia per il mattino dopo.
* Nella valle di Illa Diva

venerdì 31 agosto 2007

Capitolo X - Ragnarok

X. Apud Choaspis fontes, in castris Susiani exercitus*
L’intero esercito del Tema indipendente di Susa si era accampato vicino alla sorgente del fiume Choaspe, ai piedi del gruppo montuoso che nascondeva il Santuario di Illa Diva.
Le diverse armate che componevano l’esercito erano schierate separatamente, intorno alle tende del re e dello stratego. In un primo quadrato erano sistemati i Caldei federati. I loro carri da guerra falcati, allineati e pronti per essere attaccati ai cavalli, erano imponenti e terribili agli occhi. In realtà, tutto l’esercito susiano era spettacolare, nella sua grandezza: centinaia di elefanti da guerra ricoperti da catafratte multicolori, una cavalleria bizantina resa più mobile imitando le tecniche barbare, le forze di ΡαεFώθζ, armate come gli eserciti musulmani. La fanteria era l’innovazione tattica più singolare di Quinto Fabio: fondandosi ormai gli eserciti sulle cariche di cavalleria, che avevano sopraffatto la mobilità dello schieramento manipolare romano, aveva compiuto un ritorno al passato. I soldati della fanteria utilizzavano, infatti, un armamento oplitico di tipo alessandrino che, grazie alle lunghe sarisse, resisteva inamovibile alle cariche di cavalleria. I nemici sopravvissuti sarebbero stati poi finiti dalle cariche dei carri falcati, seminatori di stragi.

Non solo i militari ed il re erano partiti da Susa, ma anche Panatto Retore con un suo valletto. La vicinanza al Santuario di Illa Diva lo metteva in grande fermento, mentre il suo servitore pareva atterrito dalla situazione.
Una sera, arrivarono i due esploratori che ΡαεFώθζ aveva inviato a cercare i Massageti. Avevano trovato i resti di un loro accampamento, abbandonato in tutta fretta. Tracce portavano all’ingresso della valle nella quale si trovava il Santuario di Illa Diva.
La presenza di barbari pericolosi all’interno del luogo più inviolabile dell’Oriente non fu, com’era opportuno, resa nota alla truppa.

In compenso, si tenne un consiglio di guerra tra i diversi generali dell’esercito.
All’interno della tenda dello Stratego, sedevano Cosroe, comandante dei Persiani, Parvo Cornua, comandante dei Caldei federati, ΡαεFώθζ, capo dei Servizi di Sicurezza, Rots, capo della fanteria e Adriano Re, che assolveva il compito di capo della cavalleria oltre, naturalmente, al comandante supremo.
ΡαεFώθζ, l’unico ad essere già penetrato nella valle segreta, prese la parola per primo: «Signori colleghi, io ritengo che sia più utile portare all’interno della valle solo delle truppe scelte, le mie. Non so perché, ma ho un brutto presentimento, e sarebbe bene che la maggior parte dell’esercito rimanesse fuori della valle.»
Come il militare avesse avuto quel presentimento, nessuno dei presenti poteva immaginarlo, e forse nemmeno lo stesso ΡαεFώθζ lo sapeva; ciò nonostante, pareva che nessuno degli altri generali avesse voglia di inoltrare i propri uomini in quella cupa gola, tanto adatta ad un’imboscata.
Solo Quinto Fabio, che non aveva certo fatto uscire tutto l’esercito per una semplice orda barbara, volle avere l’ultima parola: «Vengo anch’io. Faremo presto»
In quel momento, si affacciò all’ingresso della tenda Panatto Retore: «Vengo anch’io, signori.»
I militari erano stati molto scettici circa la presenza, in una missione di guerra, di un dignitario di corte, e tanto più ora che voleva partecipare ad un’operazione delicata come quella che si stava preparando. La resistenza che ΡαεFώθζ cercò di opporre alla sua presenza fu però stroncata da Quinto Fabio, che conosceva il motivo che spingeva lo studioso a voler introdursi nella valle.
* Presso le sorgenti del Choaspe, nel campo dell’esercito susiano

lunedì 27 agosto 2007

Capitolo IX - Ragnarok

IX. Byzantii, in Sacro Palatio*
La situazione dell’Impero Bizantino, ancorché grave, si stava stabilizzando. Dopo averlo portato a perdere in pochissimo tempo tutta l’Africa Settentrionale, l’espansione araba si era lentamente arenata, per via di conflitti interni.
Le tribù arabe si erano spaccate in due fazioni, quella dei fedeli di Alì, assassino ed integralista, e dei fedeli della dinastia regnante, in odore di usurpazione. Mentre questi ultimi avevano svolto una politica espansiva in Africa, a spese dell’Impero dei Romani, i primi tendevano ad occupare territori in direzione del Tema di Susiana. Per questo motivo, l’imperatore Valente II era sinceramente preoccupato, dato che l’espansione sciita minacciava anche il Santuario di Illa Diva.
Al contrario, Lilia Domna aveva un occhio di riguardo per questa fazione araba, poiché l’unione di potere politico e religioso che propugnava era molto simile ai fondamenti del potere bizantino e quindi, in linea di principio, suo affine.
In gran segreto, nei suoi appartamenti privati, da dove amministrava l’impero, stava ricevendo una legazione diplomatica di Sciiti.
«Signori, siamo venuti a sapere dei vostri tentativi di sottomettere la Susiana.», esordì la donna.
«In realtà, signora, non abbiamo mai tentato di invadere quel territorio, e siamo venuti da voi per discutere di una nostra eventuale spedizione oltre il corso del Tigri.»
«Se il vostro desiderio è conquistare quella regione, sappiate che si è resa da noi indipendente più di un anno fa, nonostante il basileus non voglia rendersene conto. Io sono convinta che un’invasione da parte vostra, in quella terra di Nestoriani, che non riconoscono l’esclusiva natura divina del Cristo, sia più che opportuna.»
«I vostri sofismi teologici non ci interessano, signora. Giurate quindi che non interverrete contro l’esercito che porteremo in Susiana?», cercò di concludere l’ambasciatore arabo
«El Q̉ hrą, vi propongo un accordo diverso. Noi invieremo un nostro esercito, che compia azioni di disturbo nei confronti delle forze susiane, che so essere molto preparate anche nei confronti di un attacco massiccio. Poi ci spartiremo le conquiste. A voi la Susiana e a noi la restituzione dell’Egitto.»
Dal punto di vista strettamente economico, questo accordo era decisamente a favore dei Bizantini, che si sarebbero ripresi un territorio già perduto.
In questo senso, l’accordo che Lilia Domna e l’ambasciatore degli Arabi El Q̉ hrą combinarono era un grande successo diplomatico per il trono di Bisanzio.
Scesero però in campo le motivazioni ideologiche, quando Lilia Domna andò a parlare all’imperatore. Infatti, a Valente balzò subito all’occhio il fatto che, in base a quell’accordo, si sarebbe perduto per sempre il Santuario di Illa Diva.
L’imperatore non voleva ancora ammettere che anche la missione di Felix Felis era stata un fallimento. La colpa fu data ai predoni arabi, cui effettivamente apparteneva, anche se questa volta non ci fu nessun sopravvissuto a tornare indietro.
Per questo motivo, giunto a lite con Lilia Domna per via della guerra, decise di mandare il proprio esercito nel Tema di Susiana, ma non per supportare l’invasione araba che si stava preparando, bensì per prendere possesso del Santuario di Illa Diva, di cui non conosceva la posizione ma che era convinto poter trovare, una volta raggiunta la regione.
Gli Arabi, al contrario di quanto si potesse pensare, conoscevano già bene l’arte della diplomazia: erano rimasti nel Sacro Palazzo due spie, che assistettero alla conversazione nella sala del trono tra l’imperatore e Lilia Domna. Non sarebbero stati colti di sorpresa dalla manovra di Valente.

Così, in poco più di un mese, l’esercito di Bisanzio, formato dagli uomini inviati dagli Strateghi dei Temi fedeli, in gran parte dallo Stratego di Anatolia e dallo Stratego di Longobardia, e da truppe mercenarie e federate, reclutate oltre il confine settentrionale, tra cui i Bulgari, fu pronto per scendere in guerra.

Nello stesso tempo, gli ambasciatori arabi erano tornati a Damasco, dove riuscirono a convincere il Califfo ad allestire la missione d’invasione. Le tribù beduine dell’Arabia centrale si dimostrarono subito pronte a scendere in guerra mentre, come prevedibile, furono più titubanti i comandanti delle forze reclutate nelle regioni da poco annesse; ma, nonostante questi problemi, anche il Califfato di Damasco, con un esercito non potentissimo ma certamente agguerrito, si preparava a scendere in guerra contro il Tema di Susiana.
* A Bisanzio, nel Sacro Palazzo