lunedì 5 marzo 2007

Prologo - Ragnarok

Προλόγος*

Un leggero vento Africo rinfrescava l’isolata valle. Le cime degli alberi ondeggiavano leggermente accarezzate dalla brezza, i mille animali della foresta lietamente rumoreggiavano. Le fontane che circondavano il ninfeo zampillavano un’acqua fresca e cristallina, che scorreva in un piccolo ruscello trasparente in direzione dell’ameno laghetto.
La luce del sole penetrava nella valle, ma non allontanava la frescura. Un ragazzo attraversò di corsa una radura, sulle rive del lago, facendo alzare in volo uno stormo di uccelli multicolori.
Al centro del lago c’era una piccola isola. Su una breve spiaggetta era ormeggiata un’imbarcazione a remi, che poteva ospitare al massimo due persone. A non più di quindici metri dalla spiaggia, sorgeva la costruzione di un raffinatissimo tempio, di stile classico. Il podio su cui sorgeva era scolpito di donne in processione, il frontone portava un gruppo scultoreo d’alabastro. Nei pressi della porta, aperta, aleggiava una nube d’incenso.
All’interno del tempio ardeva un fuoco vivo, in un braciere d’argento. I suoi riflessi illuminavano a sprazzi l’interno del santuario, che conteneva tesori e una piccola biblioteca. All’interno di una nicchia risplendeva una statua, rappresentante una figura femminile. Una sacerdotessa si adoperava intorno al braciere, ravvivando la fiamma. Si alzò improvviso un colpo di vento, che, con un tonfo, sbatté la porta del tempio, chiudendola, e facendo cadere il buio sulla cella.
«Pessimo presagio.», disse la donna.
*Prologo

Dedica - Ragnarok

Si flos, peccarem te legente
Si petra, fulgeres adamante
Si femina, tuo visu me subigeres
At diva

Se tu fossi un fiore, peccherei cogliendoti
Se tu fossi una pietra, risplenderesti di diamante
Se tu fossi una donna, mi sottometteresti col tuo volto
Ma sei una dea.
(antico canto ad Illa Diva)

Liber I - Ragnarok

Liber I

Johannis V PP

Ragnarok
seu caeliculum occasum

II G

Circiter DCXL post Christum natum

giovedì 1 marzo 2007

Prooemium*

Praeclara a Quinto gesta, postquam sua patria a Byzantiis et Arabiciis Macometi sectatoribus oppungata erat, quia omnes petebant Illam, referre volo.

Is autem cognovit Illam Divam, in marmoreo templo ubi tuita erat, et ob eius cognitionem, reliquit arma et ad eam sese dicavit.
Cum postea Susiana cecidisset, suo cum populo ad Orientem profectus est et trans Oxiadem amnem constitit. Johanni Presbytero regnante, magnum regnum ortum est, propter mercaturas dives, et in hoc, traducta ad Novam Magnam, culta est, nominata Maria Nostra Diva.
At adversa fortuna Transoxaniam affecit et barbari Turcici in eam irruperunt, populatis copiis de Presbytero. Ad flammas data est Nova Magna, atque in clade multi periēre, attamen Fabius, olim strategus de Susiana, e clade perfugivit non ad suam salutem petendum, sed ad Illam servandum.
Omnes iam sciunt quod ab eo reproficiscendum fuit.
Quintus Fabius, secutus a paucis, secum ferens Illius simulacrum, in Europam remeavit usque ad Bobii monasterium. Per viam, occurrens ad multos, orbem vastatum spectavit.
Nec fas neque ullus ius potuēre retinere finem vetera imperia, Persarum Romanorumve. Novis temporibus agamus. In Asia regnant Arabes Macometi sectatores, in Gallia Franci, in Italia Langobardi.
Et Quintus invenit quod quaerebat.
Fortasse.
Scribam de Quinti gestis in libris tres: libro in primo, nominato Ragnarok seu caeliculum occasum, quod est latino nomine pro illo, narrabo historiam de Susiano thema, vivens indipendens ex imperio Byzantii romano et eius hostis, et de Illius templo, quod et Byzantii et Susiani et Arabici quaeritabant, ut id delerent aut servarent. Libro in altero, Rex et sacerdos, quia Presbyter Johannes fuit rex Transoxaniae et sacerdos Christi, narrabo historiam de Transoxania, regnum condito a Johanni presbytero et in quem Quintus tulit Illius simulacrum ad servandum, at in quem irruperunt barbari, et id igni ferroque vastaverunt. Post hoc, Quintus abiit. Libro in tertio, inscripto Άλήθεια, quod est Graece pro veritate, narrabo de Quinto itinere, ab Asia ad Italiam, et de sapientibus quos ille invenerat et rursus invenit, qui eum dixerunt multa de eo et de Illa. Tandem, Illa ipsa locuta est.


Iohannes V PP


Trad.:Voglio riferire le imprese illustri compiute da Quinto, dopo che la sua patria era stata assalita dai Bizantini e dagli Arabi Mussulmani, perché tutti cercavano Illa. Lui stesso conobbe Illa Diva, nel tempio di marmo in cui era conservata, ed a causa della conoscenza di lei, lasciò le armi e dedicò se stesso a lei.
Essendo poi caduta la Susiana, partì con il suo popolo verso Oriente e si stabilì oltre il fiume Oxus. Sotto il regno del Presbiter Johannes, nacque un grande regno, ricco a causa dei commerci, ed in questo regno, trasportata a Nova Magna, è stata venerata, una volta chiamata Maria Nostra Diva.
Ma la mala sorte colpì la Transoxania, e i barbari turchi v’irruppero, dopo aver sconfitto le truppe del Presbiter. Nova Magna è stata data alle fiamme, e nella strage molti morirono, ma tuttavia Fabio, una volta stratego della Susiana, fuggì dalla disfatta non per cercare la propria salvezza, ma per salvare Illa. Tutti già sanno che dovette ripartire. Quinto Fabio, seguito da pochi, portando con sé la statua di Illa, tornò in Europa fino al monastero di Bobbio. Lungo la strada, incontrando molte persone, osservò un mondo devastato.
Né il diritto divino né nessun diritto umano poté fermare la fine dei vecchi imperi, dei Persiani o dei Romani. Viviamo in tempi nuovi.
In Asia regnano gli Arabi mussulmani, in Gallia i Franchi, in Italia i Longobardi.
E Quinto ha trovato quello che cercava.
Forse.
Scriverò delle imprese di Quinto in tre libri: nel primo libro, chiamato Ragnarok o tramonto degli dei, che è il nome latino di quello, narrerò la storia del Tema di Susa, indipendente dall’impero romano di Bisanzio e suo nemico, e del tempio di Illa, che sia i Bizantini, sia i Susiani, sia gli Arabi andavano cercando, per distruggerlo o per salvarlo. Nel secondo libro, Re e Sacerdote, perché il Presbiter Johannes fu re di Transoxania e sacerdote di Cristo, narrerò la storia della Transoxania, regno fondato dal presbiter Johannes nel quale Quinto portò la statua di Illa per salvarla, ma nel quale irruppero i barbari che lo misero a ferro e fuoco. Dopo di questo, Quinto se ne andò. Nel terzo libro, intitolato Άλήθεια, che è la parola greca che significa verità, narrerò del viaggio di Quinto, dall’Asia all’Italia, e dei sapienti che aveva incontrato e incontrò di nuovo, che gli dissero molte cose su di lui e su Illa. Infine, Illa parlò.


Giovanni V PP



*Proemio

lunedì 26 febbraio 2007

Prologo

Anni di campagna stampa ostile, il rinnovarsi del Collegio Cardinalizio, l’elezione – attesa da tempo dall’opinione pubblica e dai giornali che la manipolano – di un pontefice cosiddetto “progressista”; non so quale sia la prima causa di questa novità, che molti definiscono rivoluzione.
A mio parere, non è altro che un immenso dono per gli studiosi di tutto il mondo. Perché non aveva più senso, a distanza di secoli, tenere riservata l’immensa mole di manoscritti, relazioni, documenti che erano conservati nei sotterranei della Specola romana; non sono stati aperti gli Archivi Segreti, come alcuni credono.
Questo non significa, d’altro canto, che il fatto non sia importante, solo per il fatto che il più recente di questi documenti risale al Settecento. Anzi, ci aspettiamo tutti di ritrovare tesori inestimabili, e speriamo tutti di essere i primi a farlo, per guadagnarci la gloria che fu già del cardinale Angelo Maj, quando scovò la Repubblica. Pertanto, chiusi nei nostri cubicoli, esaminiamo, con minuzia da miniaturisti, queste pagine abbrunite dal tempo.
E queste, che ho ora sotto la lente, sono straordinarie e nuove, mai nessuno ha sentito parlare di quanto è scritto, nessuno poteva sospettare l’esistenza di qualcosa del genere.
Se, come credo, ne esiste una copia sola, allora io ne sono lo scopritore, l’ostetrico, colui che la toglierà dall’oblio e contribuirà a gettare nuova luce sui secoli più bui per l’Europa. E velocemente la trascrivo.

«Chi è?», qualcuno ha bussato allo stipite della mia stanzetta. Entrano in due, sono vestiti in borghese ma si capisce subito che hanno preso i voti. Due gesuiti.
Non so come sia possibile, poiché non ho parlato con nessuno del mio lavoro, ma sono a conoscenza del manoscritto e lo vogliono portare via. Io protesto, pare abbiano un salvacondotto papale che li autorizza al prelievo. Accampo qualche scusa, parlo della proprietà intellettuale della scoperta e della necessità di far circolare il sapere.
Se ci tengo alla proprietà intellettuale, mi dice il primo, sarà provveduto, ma vogliono il manoscritto e la traduzione; e che non pensi nemmeno alla circolazione del sapere.
Il secondo aggiunge che torneranno domattina.

Non ho possibilità di replica.

Terza prefazione

Dovrei smetterla di aggiungere prefazioni senza cancellare le precedenti, ed in verità ero tentato di farlo. Mi è sembrato, però, un modo di procedere miope, perché, pur a distanza di anni, impegnandomi ora in una spero breve revisione del testo, e di alcuni capitoli di Rex et sacerdos in particolare, e pur avendo superate le principali delle cause che mi indussero, tempo fa, a scrivere quest’opera, non credo giusto rinnegarle o cercare di renderle più sfumate, in accordo alla diversa sensibilià che ho sviluppato a proposito dei temi trattati. Non cambierò, dunque, l’intento didascalico, né mi avventurerò nel rivedere i concetti espressi o la struttura narrativa.
Una revisione dello stile, però, si era resa da tempo necessaria, anche per armonizzare il primo libro ai successivi, o rendere più elegante la cornice dello studioso, che in verità non mi ha mai soddisfatto.
L’occasione è l’intento, che ora prendo, di pubblicare per così dire “a puntate” tutto il romanzo in Internet, perché ho preso la risoluzione di non lasciar marcire nel cassetto questo mio prodotto adolescenziale.

Scanzorosciate, febbraio 2007

Seconda prefazione

Essendo ormai giunto all’ultimo capitolo di Alétheia – III G, ed avendo la mia opera di gran lunga superato le originali intenzioni senza, spero, averne cancellato il significato, ritengo opportuno aggiungere all’opera una seconda prefazione, che possa meglio rendere conto della nuova funzione dell’opera.
Le intenzioni che guidarono la mia mano hanno, ormai, ampiamente travalicato quelle che sono indicate nella precedente prefazione. E se l’Alighieri poté scrivere «quello che mai fue detto d’alcuna», modestamente penso che, pur senza l’elevatezza della sua poesia, io abbia scritto di più relativamente ad Illa, dandole più della natura beata e rendendola più vera dell’allegoria dantesca.
Per evitare che il lettore incorra in caotica confusione, è meglio che descriva in poche parole la struttura dell’opera che, simulando un gioco come di scatole cinesi, si costruisce in un continuo intersecarsi di fittizzi manoscritti, voci narranti e autori simulati.
Il libro si intende scoperto da uno studioso che lavora negli archivi della Segreteria di Stato. L’opera che scopre in un incunabolo medioevale si vuole scritta da papa Giovanni V, che regnò per due anni, dal 684 al 686. Scrisse i tre libri che sono disposti tra il suo Prooemium e la sua Clausola, Ragnarok, Rex et sacerdos e Alétheia. Nello stesso incunabolo si trova anche Hypostaseis, firmato Giovanni V ma chiaramente apocrifo, perché scritto sopra un manoscritto di datazione successiva e con stile e contenuti alquanto dissimili rispetto alle opere precedenti. Il prologo e l’epilogo, che aprono e chiudono l’opera, si intendono scritti dallo studioso.
Scanzorosciate, marzo 2003