venerdì 19 ottobre 2007

Capitolo II - Rex et sacerdos

II. Novae Magnae, in Presbyteri Johannis regno*
Un grande concorso di folla si era riversato lungo la strada che conduceva alla città, per festeggiare il periodico arrivo della corte del Presbiter Johannes. La processione era iniziata all’alba, aperta da centoquarantaquattro grandi croci tempestate di pietre preziose, seguite dalle insegne del Presbiter, da un migliaio di reliquiari argentei, dagli appartenenti alle confraternite delle città di tutta la Transoxania, dalle forze scelte dell’esercito, guidate dallo Stratego Immanuel Calais, e da mille altre meraviglie che gli occhi potevano vedere ma le parole non possono descrivere. Dopo ore di processione, dall’ultima curva della strada, che tortuosa attraversava scoscesi monti per giungere all’altopiano su cui sorgeva la città, si rivelò alla vista un grande baldacchino di seta impreziosito da sfavillanti gemme multicolori.
Scortato dalla guardia d’onore e accompagnato da dodici diaconi, il Presbiter Johannes incedeva verso la città, vestito di un lungo manto bianco che ne lasciava scoperto il capo, sul quale poggiava l’insegna del potere spirituale, secondo la foggia della Chiesa orientale. In mano aveva la croce, ripresa direttamente dall’insegna del Papa di Roma.
Erano passati vent’anni da quando aveva assunto il potere, ma il volto del re-sacerdote brillava ancora di giovanile ardimento. Entrava ora a Nova Magna, una delle capitali del suo regno, quella più isolata dalle vie commerciali che erano il motore dell’economia dei suoi domini, ma quella che attirava più pellegrini da tutta la Transoxania e anche dall’India.
Da una terrazza naturale dell’altopiano, incombeva la gran mole classicheggiante della chiesa madre di Transoxania, il famosissimo santuario di Maria Nostra Diva. Il timpano, ornato da un fregio di marmi multicolori, era esposto a sud ed era ben visibile da tutta la città. La gran massa di popolo era accalcata ai lati della via che, entrata a Nova Magna, saliva alla grande chiesa.
Quando, dopo il mezzogiorno, tutta la processione e, dietro di essa, il popolo furono giunti alla sommità dell’altopiano, il Presbiter Johannes, attorniato dai suoi diaconi, celebrò la Messa, che fu seguita da un grande banchetto.
Tra una portata e l’altra, che si succedevano ormai da ore, Immanuel Calais si avvicinava al suo signore, per aggiornarlo sui fatti che erano avvenuti in città nell’ultimo anno. Il rumore della festa si diffondeva in tutta la città, e le finestre del palazzo dominico, con la loro luce, rischiaravano la notte circostante. La città era buia: tutti gli abitanti di elevata condizione sociale erano invitati ai festeggiamenti, il popolo minuto dormiva come tutte le altre notti. Il santuario di Maria Nostra Diva era lievemente illuminato dall’interno, e un diffuso chiarore rifletteva sulle colonne di marmo bianco. Dietro il pronao era posto un braciere, dentro il quale ardeva un fuoco, piccolo ma sano. Dal fondo della navata osservava la scena, da una nicchia chiuse da colonne d’acquamarina, una statua non molto grande dai riflessi bluastri. Rappresentava una figura femminile dall’indicibile grazia. Se la perfezione fisica era già stata raggiunta dalle opere degli scultori della grecità, la perfezione morale che traspariva dalla statua non era mai stata raggiunta prima. I Greci utilizzavano la perfezione fisica per rappresentare quella morale; e il portamento eretto, le proporzioni delicate, la vita alta e il bel volto incorniciato da lunghi capelli sarebbero bastati per un Policleto. Quella statua possedeva una forza trascendente i cinque sensi della percezione, ma percepita da tutti gli osservatori: quella statua rifulgeva di grazia. In quel santuario assolveva alla funzione di simulacro mariano e tutti i pellegrini si chiedevano chi avesse mai realizzato un sì mirabile artefatto.
Il custode del Tempio e del Fuoco, a quella domanda, rispondeva sempre con le medesime parole: «Anni fa, venne da occidente un sacerdote che fondò su queste terre un grande regno e che tuttora è il vostro signore terreno. Insieme a lui arrivò su questo altopiano un soldato, che aveva visto le battaglie più sanguinose di quell’epoca e aveva sotto di sé migliaia di soldati. Era rimasto solo, e si fermò su questo altopiano fondando la città e costruendo questo santuario per venerare Maria Nostra Diva, la cui statua che vediamo in questo tempio aveva personalmente trasportato per tutto il suo viaggio. La donò al tempio e di lui non si seppe più nulla. Probabilmente è stato il predecessore dello stratego Immanuel Calais.»
Il custode del tempio aveva appena finito di spiegare queste cose a due giovani pellegrini indiani quando entrò nel santuario uno dei soldati del Presbiter Johannes, che lo chiamò e gli riferì:
«Il Reverendo Presbiter Johannes vi fa chiamare al suo palazzo, fratello Fabio.»
Vestito di un ruvido saio, Fabio si presentò al palazzo di marmo del re–sacerdote quando già gli ospiti avevano finito di andarsene. Nel grande atrio, vestito con una lunga cotta di maglia rinforzata sul torace e sulle spalle con scaglie di metallo, lo stava aspettando Immanuel Calais, stratego della Transoxania, che era il territorio su cui regnava il Presbiter. Appena lo vide, Calais s’irrigidì con deferenza, nonostante l’aspetto dell’ospite fosse alquanto malandato.
«Fratello Fabio, il Presbiter la sta aspettando di là nel suo studio privato. Mi posso permettere di ricordarLe» disse facendo sentire la maiuscola «che la situazione dei nostri organici militari è scarsa e che avremmo bisogno di nuove leve?»
Fabio annuì, divertito per il tono del generale. «Sì, Immanuel. È tuttavia la quarta volta che glielo chiedo e tu non sei mai stato esaudito. Pare che il Presbiter abbia un altro tipo di preoccupazioni.»
E, così dicendo, spinse la grande porta di legno intarsiato entrando nello studio del re–sacerdote. Tra le due pareti, adibite a biblioteca e ricoperte di voluminosi tomi, era posto un grande tavolo, dietro al quale sedeva la figura giovanile coronata da uno zucchetto nero. Il Presbiter Johannes si alzò non appena Fabio fu a distanza di voce.
«Signore, non vi ho visto al mio banchetto sebbene vi avessi mandato a chiamare. Volevo conoscere quanto è successo a Nova Magna negli ultimi nove mesi che prescindesse dal pettegolezzo»
«Johannes, non è bene che popolo o notabili ci vedano insieme, Sai che ho voluto rimanere in questa città perché è la più isolata del tuo regno e non ho voluto alcuna responsabilità di governo perché ho voluto rimanere al servizio della Mia Diva, Nostra Diva. Non ha senso che siamo visti insieme.»
Il re, che pure ostentava deferenza nei confronti di quell’uomo, cercò di ribattere:
«Non è per questo che vi ho fatto chiamare. Ho meno soldati di quelli che servirebbero a sorvegliare i confini, e quel Calais vuole anche fare una spedizione contro i Cinesi che premono troppo a nord-est. Cosa ne dite voi, che anni fa eravate il generale più invidiato dell’Oriente?»
«Ho servito il mio Paese e non chiedo nulla dal tuo, ma vorrei sapere perché, con questi problemi, non arruoli un numero maggiore di soldati. Gli uomini della Transoxania non sono pochi come mi han detto vuoi far credere al tuo stratego.»
Il Presbiter era contrariato.
«Non voglio che il mio regno diventi come il vostro, una macchina da guerra. Io voglio un regno di pace.»
«Si vis pacem para bellum[1]. Per mantenere la pace è necessaria la sicurezza. Se vuoi il mio consiglio, richiama altri alle armi, e sposta i soldati che hai da dove il confine è più sicuro. A ovest c’è il fiume e poi il deserto; a sud il mare e infiltrazioni arabe; a ovest l’Indo, a nord popolazioni nomadi e a nord-est i Cinesi: non dovrebbe essere difficile scegliere da dove togliere effettivi.»
Fabio, a questo punto, si alzò dallo scanno su cui aveva seduto fino ad allora e si diresse verso la porta, ma Johannes lo fermò.
«Mi è arrivato oggi un messo che mi ha riferito di una novità a Bisanzio: il Patriarca Panatto è stato deposto da un Sinodo clandestino ed è un’altra volta sparito.»
Il re–sacerdote era sinceramente preoccupato, perché era stato ordinato dal Patriarca e lo stesso Patriarca gli aveva affidato la missione di fondare il regno cristiano che ora reggeva.
«Non preoccuparti. Non è impossibile che torni da te. Conosce il luogo dove ci troviamo e sa che qui troverebbe aiuto»
Dicendo queste parole Fabio si accomiatò dal giovane sovrano, che non si era tranquillizzato per le sue parole.
Immanuel Calais attendeva fuori dello studio.
«Allora?»
«Niente spedizione in Cina, ma gli ho consigliato di aumentare il numero dei soldati. Staremo a vedere. A che punto è la costituzione di quel corpo speciale di cui mi dicevi?»
«Quasi ho finito. Vuole comandarlo lei?»
«No. Ma forse ce ne sarà bisogno.»
Lasciando così lo stratego, Fabio uscì dal palazzo e tornò al santuario. La notte era scura, anche le luci del palazzo erano spente.
Solo ardeva il fuoco nel pronao del tempio. La statua nella nicchia balenava a sprazzi.
* A Nova Magna, nel regno del Presbiter Johannes
[1] «Se vuoi la pace prepara la guerra»

Nessun commento: